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Sulle tracce di Ob Queberry (parte 1)

la persona, lo street artist, l’artista a tutto tondo

Ob Queberry è il nome d’arte di Mattia Santarelli, street artist di Spoleto molto conosciuto nella sua zona. La sua produzione rientra in quella che, in Mecenauta, consideriamo al 100% street art: generalmente è lui a scegliere i posti, i soggetti, e le tecniche di realizzazione in totale libertà. Le sue opere nascono spontaneamente: Ob comincia a disegnare a braccio, anche basandosi sui materiali che ha a disposizione in un dato momento. Il suo pezzo forte sono gli animali; nel corso della chiacchierata in luoghi simbolo della sua arte scopriremo perché.

La scelta del tuo nome da dove nasce? Non l’ho scelto io. Me l’ha dato Cesare, un mio caro amico di tanti anni fa. Era il mio ventesimo compleanno, eravamo nel giardino di casa sua. Erano le 3 di notte. Stavamo guardando il cielo e mi fa: “Se devi diventare famoso, devi chiamarti Ob Queberry.” E l’ho scritto sul telefonino, avevo ancora un Nokia 3310. Ho segnato questa cosa, l’ho ritrovata qualche mese dopo e l’ho presa per buona, ho ricordato l’episodio… E me lo sono tenuto. Un altro [nome] di quelli impronunciabili.

Ex colonia di Monteluco (Spoleto): il quartier generale di Ob Queberry

La prima tappa del nostro viaggio alla scoperta delle sue opere è una colonia abbandonata a Monteluco, una collina ricoperta da un bosco di lecci appena fuori il centro di Spoleto: un agglomerato di edifici di forma rettangolare fatiscenti. Attiva fino agli anni ‘60-’70 come centro estivo, oggi meta di giovani artisti che hanno voglia di sperimentare con bombolette e pennelli. Qui Ob Queberry ha realizzato molte opere tra il 2018 e il 2022, oltre che diverse mostre non autorizzate, durante le quali le persone potevano portare a casa le opere attaccate ai muri in rovina. Muovendoci all’interno del suo portfolio a cielo aperto, cominciamo a conoscerlo meglio.

Come hai iniziato? Hai fatto un percorso accademico?
Alle superiori ho fatto il [Liceo] Linguistico, dipingevo miniature. Poi avevo un po’ di soldi da parte lasciati dai nonni e ho spinto per andare all’Accademia: ho fatto un anno Pittura a Perugia e sono scappato a gambe levate. Sono andato a Bologna, dove ho fatto fumetto e illustrazione, poi a Urbino: lì ho studiato nuove tecnologie dell’arte, ho fatto cartoni animati, grafica. Non avevo mai dipinto prima di andare in Accademia. Ho cominciato a casa nel sottoscala a fare le prime prove, poi qualche muro in giro: a Bologna, qualcosa a Urbino, quasi 15 anni fa. Sono arrivate le prime commissioni: un paesaggio della Rocca (Albornoziana, ndr) dentro al ristorante rustico e altre cose del genere; poi pian piano ho cominciato a fare questi (indica i murales, ndr). Sono sempre andato abbastanza cauto, ho fatto le mie prove prima.

La colonia ospita anche opere di altre persone, che lui stesso coinvolge. Vengono insieme a fare un giro o un aperitivo con le buste piene di materiale e danno sfogo alla loro creatività, a differenza di quanto accade nel contesto cittadino. Là Ob Queberry evita di realizzare opere che urtino la sensibilità altrui; per sua stessa ammissione, in arte tende a essere molto cupo e morboso.

Hai dei veri e propri temi o ti sei accorto di avere soggetti ricorrenti?
Sono cose ricorrenti in modo non forzato. Me lo chiedono da una vita, “perché disegni sempre i mostri?” Perché mi vengono. Oltre a quelli, gli animali.

C’è qualcosa che ti influenza a livello di formazione musicale, letteraria, cinematografica? Guardo e sento di tutto. Ho seguito degli ottimi corsi teorici, ho letto tanti fumetti; sicuramente ci sono molti richiami in queste figure. Però è complicato a volte spiegare, perché non c’è così tanto ragionamento dietro, per quanto mi riguarda; è sempre molto d’istinto. Tanti ragazzi che hanno studiato con me hanno un approccio del tipo: “Ok, adesso vado a fare questo, mi preparo le mie bozze”; io invece prendo e parto. Probabilmente tralascio qualcosa a livello di poetica, però mi trovo bene così. In fondo le mie opere un senso ce l’hanno, ma ognuno ci vede quello che vuole e a me va bene di mantenere la libertà d’interpretazione.

Quindi questo sta diventando il tuo quartier generale?
[Sì], questo e l’Hotel del Matto (un hotel abbandonato sempre a Monteluco, ndr) sono probabilmente i posti dove c’è una maggiore concentrazione di opere. A livello di spazio per dipingere, questo è quello più pieno. Poi certe volte vorrei farne una al giorno, certe volte penso che Spoleto non se le merita nemmeno…

C’è un rapporto di amore e odio con Spoleto, ma sei molto legato a questa città; la maggior parte della tua produzione è qui.
Lavoro qui perché è comodo, perché possono dipingere tranquillamente in pieno giorno; ho tutta la tranquillità del mondo. Ho realizzato due o tre lavori attraverso il Comune – sempre con grandi difficoltà – che mi hanno fatto conoscere nell’ambiente. Nel 2018 fecero una raccolta fondi per il lavoro al convitto dell’Inpdap (un cantiere coperto da pannelli di compensato su cui Ob ha realizzato una serie di animali, ndr). Tanta gente mi diede soldi per comprare i materiali, quindi mi si conosce abbastanza. E poi A Spoleto ci sono solo io.

È il tuo territorio, lo marchi con la tua arte.
Aspetto e spero che venga fuori qualcun altro, ma non c’è verso. A Urbino sono riuscito a fare un po’ di cagnara con una crew di scribacchini (writers, ndr). Quelli che fanno sempre la stessa cosa su ogni muro possibile, compresi i muri storici (come a Palazzo Ducale) non mi piacciono.

Qual è il rapporto con le forze dell’ordine locali?
Un paio di volte hanno fatto finta di non vedermi, una volta volevano farmi una bella multa per un lavoro in Piazza della Signoria, sotto al Duomo (di Spoleto, ndr). Avevo dipinto la cabina dell’ascensore – che non ha mai funzionato – che serviva per far accedere i disabili ai bagni pubblici, era il 2017. Volevano 400 € più il ripristino del bene.

Lì hai rischiato, sei a 100 metri dal Duomo.
Sì, ma ci porto i cani a spasso tutti i giorni, è pieno di bottiglie… Ci stava questa bella cabina, che non ha mai funzionato in vent’anni…!

Le hai dato una dignità.
Poi sono arrivate le forze dell’ordine, per l’appunto, però è intervenuta la candidata sindaco di qua (che era assessore all’epoca). Mi ha chiesto: “Ci puoi fare Piazza del Mercato?” (si riferisce alla pavimentazione provvisoria del tratto che collega il Teatro Romano al Duomo passando per l’Arco di Druso, realizzata in occasione del Festival dei Due Mondi, ndr). Ho detto di sì e così mi hanno tolto la multa. Io ci ho guadagnato, perché ho fatto Piazza del Mercato, che è stata la cosa per cui sono più conosciuto a Spoleto… Comunque, generalmente (il rapporto con le forze dell’ordine, ndr) è tranquillo. Non so se avete visto quel fagiano (riferendosi a un’altra sua opera nel centro storico, ndr), quello sta proprio davanti a un negozio, a fianco al bar e l’ho fatto in pieno giorno; sono passai tre volte e non mi hanno detto niente.

A volte ci si nasconde meglio facendo le cose alla luce del sole.
Il trucchetto è sempre dare una previsione abbastanza sensata di quello che verrà, perché se cominci a stendere subito il colore così, ti fermano. Se fai il disegno e gli fai capire che cos’è e come diventerà, allora poi ti dicono anche “bravo”.

Ti è mai capitato che ti abbiano coperto un’opera volontariamente o messo un tag sopra?
Qui a Spoleto quasi mai, a Londra sì. A Londra facevo il giro da Shoreditch con 20-30 pezzi, arrivavo al punto di partenza e non ce n’era più nessuno. Lì è selvaggio, ti staccano tutto; lo staccano per portarlo via, [ma anche] per impedirti di farti vedere su quei muri famosi. Sparisce tutto in giornata, perché fanno patrol (pattugliamento, ndt) in giro.

Mentre continuiamo a parlare, Ob Queberry si allontana per entrare in una grande stanza rettangolare della ex colonia.

Stai controllando il posto per i prossimi lavori?
(Dopo aver ispezionato l’ambiente, ndr) Qui voglio fare un incendio che prende tutta la stanza, l’avevo pensato, ma non mi ricordavo se fosse questa la stanza giusta o l’altra.

Quando arriva un curatore e ti dice cosa fare, viene meno una parte importante del processo creativo. Se non è l’artista a decidere liberamente il soggetto (anche in base all’ambiente in cui dovrà realizzarlo), possiamo parlare ancora di street art?
È un contesto spinosissimo, però per quanto mi riguarda la street art è una questione di attitudine e di come la vai a fare. Altrimenti si chiama muralismo, si chiama graffito, si chiama paste-up (termine anglosassone che indica una forma di street art che ricorre all’affissione non autorizzata di poster in strada, ndr). Mi hanno fatto delle proposte allucinanti, ultimamente. Un’azienda mi ha chiamato [dicendomi:] “Ti diamo 4.000 € forfait, devi andare a Firenze, Roma, Napoli e Milano a fare degli stencil che sono della finta street art, ma in realtà sarebbe una nostra pubblicità abusiva. Lo vuoi fare?” Dico: “Ma poi mi coprite in caso di denuncia?” Rispondono: “No, ti diamo i soldi”. Ma allora che volete? Mi state chiedendo di fare guerrilla (con il termine guerrilla si intende un’azione di marketing non convenzionale, ndr)!

Che ne pensi del muralismo dei grandi marchi, come la pubblicità con i Maneskin per Gucci a Milano?
Succede anche per i manifesti dei film adesso o per qualsiasi fatto noto importante; è una cosa che non sopporto. Non facciamo gli avvoltoi e gli sciacalli, un minimo di criterio.

Che ne pensi dell’approccio di Jorit?
Lui lo dice in modo chiaro: “Io sono un artigiano. Mi chiedono di fare cose, le so fare e le faccio; a me piace fare il lavoro”. Fine, pulito. Però quello è muralismo di un altro tipo di scuola. Non c’entra niente col discorso street art.

L’installazione nel bosco di Monteluco, un omaggio a una persona cara

Saliamo ancora sulla collina di Monteluco, appena fuori Spoleto. Ob Queberry ci guida nel bosco, per mostrarci qualcosa che si discosta dalla street art e che lascia intuire la sua versatilità in campo artistico. Si tratta di un’installazione dedicata a una persona molto importante per il suo percorso di formazione e di vita: una riproduzione del salotto di casa di sua nonna, ricreata poco dopo la sua scomparsa con i mobili originali. Un’opera che “non poteva essere in nessun altro posto se non qui e non poteva essere nessun’altra cosa se non quella”. Un lavoro sobrio, immerso nella natura, al punto che lo stesso autore fatica a ritrovare il punto preciso di accesso.

Il salotto è composto da due poltroncine disposte attorno a un tavolino da caffè, su cui sono appoggiati centrini, tazze di porcellana e altri oggetti realmente appartenuti alla donna. Un telefono, alcuni quadri appesi agli alberi e un lungo tappeto steso a terra ricreano un ambiente intimo e protetto nel verde del bosco. Tra le pagine mosse dal vento di un quadernino posato sul tavolo, una chiave di lettura: la scritta Home is where you sip in silence (casa è dove si sorseggia in silenzio, ndt), che è anche il titolo dell’opera.

Per dare ancora più autenticità all’installazione e restituire fedelmente l’atmosfera che si respirava nella stanza, lo street artist ha lasciato nel corso del tempo anche bottiglie di birra e sigarette spente, ma lo spazio è stato costantemente ripulito e risistemato dai visitatori che hanno frainteso la presenza di quegli oggetti.

Magari è qualcuno che pensa “guarda ‘sti vandali che vengono qua…”
Abbandono dei rifiuti, mi hanno detto.

Hai preso i veri mobili di casa di tua nonna?
Sì. Mia nonna è morta mentre avevo il Covid (tra fine dicembre 2021 e inizio gennaio 2022, ndr). Guarito dal Covid sistemo tutto il suo appartamento, c’era una quantità di roba indicibile che non sapevamo dove mettere, né a casa mia, né a casa di mia madre; sarebbe finita in qualche fondo a muffire. Questo (il bosco di Monteluco, ndr) era un posto dove solitamente facevamo i picnic; durante la bella stagione ci si viene parecchio. Mi è venuta in mente questa cosa e l’abbiamo fatta: abbiamo portato su [tutto] con la macchina con un paio d’amici e ho riallestito tutto il salottino com’era a casa sua.

Questo quando è successo?
Tra febbraio e marzo di quest’anno (2022, ndr).

Era la prima installazione di questo genere che facevi?
Così tanto ready-made sì, ma io vorrei farne altre. Ho un sacco di cose, tendo a essere un accumulatore.

Che poltrone microscopiche!
Io le ho odiate per una vita, perché mia nonna non voleva mai che ci sedessimo lì. (Nota degli oggetti mancanti, ndr) C’erano molte più cose: un telefono, il mobiletto…

In questo caso che fai, riassortisci o lasci così com’è?
Una volta fatto, lascio così com’è.

Ti scoccia che tocchino le cose oppure riesci a mantenere un po’ di distanza, nonostante fossero di tua nonna?
Io la mantengo. Mia nonna era gelosissima e ossessionata dalle sue cose, quindi è anche un modo per esorcizzare il suo atteggiamento, però conoscendola so che avrebbe gradito. Lei è stata il mio ministro della cultura e la persona che ha appoggiato di più le mie inclinazioni. Una persona complicata.

Quindi è un omaggio a lei.
Sì. Lei avrebbe apprezzato, sono sicuro. A prescindere dal fatto che le sue adorate poltrone siano state messe brutalmente in mezzo a un bosco (ride, ndr).

Così sono ancora vive, hanno un’altra vita.
Ci si è seduta sicuramente più gente qui negli ultimi quattro mesi che in vent’anni a casa sua (riposiziona alcuni oggetti, ndr).

Però, se rimetti gli oggetti nell’ordine che avevi in testa, un minimo di intervento lo fai.
Nell’ottica di preservare e mantenere l’impostazione dell’opera, sì; poi si sono fregati il telefono, è sparita un po’ di roba, ma non fa niente. Quello che è importante è che qualcosa rimanga; mi piacerebbe arrivare a vedere un po’ di muschio sulle poltrone.

Questa boccetta sul tavolo cos’è? Profumo. Lei aveva un sacco di profumi vecchi. Mi sono ritrovato casa piena di scatoline, scatolette, libriccini, servizi di porcellana, paperelle… Era una donna di grande classe, con qualche caduta di stile.

I merletti li faceva lei?
Sì, poi ha smesso. Nonna era una donna strana, molto poco tradizionale.

L’installazione sembra aver riscosso successo tra chi ci si è imbattuto casualmente, tanto che è stato pubblicato un articolo su un giornale locale. Da quel momento, qualcuno si prende cura dello spazio periodicamente.

Ogni tanto vengono a fare manutenzione, mi fa piacere. [L’installazione] è venuta fuori recentemente, perché ci hanno scritto un articolo dopo che della gente l’ha scoperta per caso passando in bicicletta. E invece c’era già da tempo. Qui i miei amici vengono a bersi una birra.

Con grande gioia di tua nonna, che apprezza.
Sarebbe stata contenta di vedere ragazzi capelloni sul suo salottino in mezzo al bosco.

Nonostante la natura aleatoria dell’opera (si trova in un luogo del bosco liberamente accessibile, senza alcuna sorveglianza), buona parte dell’installazione è ancora al suo posto dopo mesi.

Forse è una cosa che va a toccare delle corde universali nelle persone.
A parte l’accusa di abbandono dei rifiuti o [un commento tipo] “Questa cosa mi sembra inquietante”, non ho ricevuto pareri particolarmente negativi. Comunque, una buona fetta di persone ritiene che sia tutto molto grottesco e strano quello che faccio, compresi gli uccelli. Io ci provo, a stemperarmi, ma non posso fare i mini pony (animali fantastici protagonisti di un cartone degli anni ’80, ndr).